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"L'emozione, ordinariamente considerata come un disordine senza legge, possiede un significato proprio, e non può essere colta in se stessa senza la comprensione di questo significato."

J.P.Sartre, Idee per una teoria delle emozioni

 

Paura, ansia, angoscia, gelosia e ira, conosciamole meglio

3 aprile 2022

La paura.

È un'emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere: reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. 

La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l'organismo alla situazione d'emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, ad apprestare le difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta o fuga.

La paura può fare la sua comparsa anche in presenza di stimoli in sé non necessariamente paurosi, ma intensi e inattesi, al punto da determinare uno stato di paralisi. Nelle sue forme estreme la paura assume quegli aspetti patologici noti come fobie che condizionano pesantemente la condotta di chi ne soffre.

Oggetto di fobia, che la psicoanalisi interpreta come una difesa dall'angoscia, possono diventare i luoghi chiusi, quelli aperti, gli animali, lo sporco, le malattie e qualunque cosa venga caricata di un alto valore emotivo.

Sempre in ambito psicoanalitico, Sigmund Freud distingue la paura, che "richiede un determinato oggetto di cui si ha timore", dall'angoscia, che "indica una certa situazione che può essere definita di attesa del pericolo e di preparazione allo stesso, che può anche essere sconosciuto", e dallo spavento, che "designa invece lo stato di chi si trova di fronte a un pericolo senza esservi preparato, e sottolinea l'elemento della sorpresa".


Sulla differenza tra la paura e l'angoscia si esprime anche Martin Heidegger con una posizione non dissimile da quella di Freud.

Infatti, a suo parere: "L'angoscia è fondamentalmente diversa dalla paura. Noi abbiamo paura sempre di questo o di quell'ente determinato, che in questo o in quel determinato riguardo ci minaccia. [...] Anche l'angoscia è angoscia di..., ma non di questo o di quello. L'angoscia di... è sempre angoscia per..., ma non per questo o per quello. Noi ci angosciamo per la totale impossibilità della determinatezza. [...] Non rimane nessun sostegno. Nel dileguarsi dell'ente, rimane soltanto e ci sorprende questo 'nessuno'. L'angoscia rivela il niente".


L'ansia.

Il termine "ansia" è spesso assimilato a quello di angoscia perché la distinzione terminologica è reperibile solo nelle lingue di origine latina. In tedesco esiste infatti l'unico termine Angst, e in inglese l'unico termine Anxiety.

Gli psichiatri preferiscono parlare di "ansia" in riferimento ai soli aspetti psichici dell'emozione in questione, mentre impiegano il termine "angoscia" quando in concomitanza si hanno manifestazioni somatiche talvolta anche particolarmente vistose. 

C'è inoltre chi considera l'angoscia come uno stadio più grave dell'ansia, e chi tra i due termini una rigorosa distinzione, perché interpreta l'ansia come una condizione fisiologica e psicologica in sé non anormale e in alcuni casi utile per il conseguimento di un obiettivo, e l'angoscia come l'espressione nevrotica o psicotica dell'ansia.

Tra le forme d'ansia più significative, in ambito psichiatrico si è soliti distinguere:


a) La nevrosi d'ansia. È caratterizzata da una debolezza dei meccanismi di difesa che non riescono a contenere l'ansia, che si manifesta in uno stato permanente di inquietudine. Il soggetto vive in una condizione penosa di incertezza, di dipendenza dagli altri, dominato da un bisogno continuo di rassicurazioni. La nevrosi d'ansia può recedere spontaneamente o evolvere in quadri più strutturati come la fobia, l'ipocondria, la depressione, o arricchirsi di disturbi psicosomatici.


b) L'ansia d'attesa. Si avverte nell'imminenza di un'azione come parlare, scrivere, dormire, doversi presentare ad altre persone, prepararsi a un incontro sessuale. Secondo Viktor Emil Frankl: "L'ansia d'attesa realizza ciò che teme. Si potrebbe dire con un aforisma che, mentre il desiderio è il padre di un certo pensiero, la paura è la madre dell'evento malattia. Spesso la nevrosi insorge nel momento in cui l'ansia da attesa prevede la malattia".


c) L'ansia fluttuante. È uno stato di tensione apprensiva e di inquietudine che nasce dalla sensazione di non essere all'altezza dei propri compiti o dei ruoli che si devono assumere nella complessità con cui le società si vanno via via evolvendo, rendendo meno disponibili risposte comportamentali semplici ed efficaci, come potevano essere reperite nelle società meno complesse del passato.


d) L'ansia sociale. E caratterizzata da un vissuto che fa sentire il soggetto socialmente inadeguato, per cui, nelle relazioni sociali, egli anticipa il giudizio negativo degli altri, e di conseguenza umilia se stesso con un'asprezza proporzionata al suo timore, sviluppando un'autovigilanza autocritica e un'attenzione ossessiva fino ai minimi dettagli. Le tipiche situazioni sociali temute sono: parlare in pubblico, esibirsi nelle rispettive prestazioni professionali nel caso di musicisti, ballerini, atleti, andare a un appuntamento o a una festa, essere osservati mentre si mangia, lavorare con altri a un progetto comune senza sentirsi all'altezza.


La gelosia.

È uno stato emotivo determinato dal timore, fondato o infondato, di perdere la persona amata nel momento in cui questa rivela affezione verso un'altra persona.

Secondo gli antropologi, in origine la gelosia non era un evento connesso all'amore, ma un requisito che garantiva le condizioni di sopravvivenza. Attraverso la gelosia, infatti, il maschio, che ha sempre considerato il corpo della donna come sua proprietà, si tutelava dal rischio di allevare figli non suoi, mentre la donna, grazie alla gelosia del maschio, garantiva per sé e per la sua prole cibo e sicurezza.

Freud distingue due forme di gelosia, entrambe connotate da ambivalenza per la compresenza di amore e aggressività:

a) La gelosia competitiva o normale è "essenzialmente composta dal dolore provocato dalla convinzione di aver perso l'oggetto d'amore, dalla ferita narcisistica, da sentimenti ostili verso il più fortunato responsabilità rivale, e da una dose più o meno grande di autocritica che tende ad attribuire al proprio lo la perdita amorosa"

 

b) La gelosia proiettiva è caratteristica di quei soggetti che, avendo rimosso le proprie esperienze reali o i propri desideri di infedeltà, perché in disaccordo con la propria coscienza morale, proiettano tendenze sul partner, di cui temono in modo ossessivo l'infedeltà, per poter alleviare i propri sensi di colpa verso quegli stessi impulsi.

Come riferisce la psicologa Valentina D'Urso, la gelosia altera la percezione, che si concentra e si fa minuziosa nei confronti di tutto ciò che direttamente o indirettamente riguarda la persona amata e i rivali, siano essi reali, potenziali o immaginari; l'attenzione, e i cui processi aumentano in modo abnorme e selettivo; la memoria, che diventa fortemente selettiva concentrata su piccoli eventi normalmente trascurati, come l'orario di una telefonata, le incongruenze nei discorsi, un'insolita cura nell'abbigliamento; il pensiero, che subisce un vero e proprio stravolgimento nel suo vorticare intorno all'idea del tradimento, fino a sfiorare le soglie del delirio paranoico, dove anche gli eventi più innocenti e insignificanti vengono assunti come prove inconfutabili che la propria gelosia è assolutamente giustificata.

In preda alla gelosia, i maschi tendono a esternare la loro ossessione mettendo sul tavolo il problema, affrontando il loro rivale o aggredendo la loro compagna che, a differenza del rivale, è donna, e per giunta a portata di mano. Le reazioni femminili tendono invece più all'interiorizzazione del dolore, con vissuti di depressione, insicurezza e non di rado autoaccusa.

Tutto ciò è dovuto, come fa notare Peter van Sommers,  non tanto a un vissuto emozionale, quanto piuttosto a uno squilibrio di potere, perché le donne, insieme ai figli, si trovano in generale in una situazione di più accentuata dipendenza, per cui la loro relativa mancanza di risorse economiche e occupazionali ha un effetto maggiormente inibitorio.


L'ira.

Detta anche collera e, per estensione del comportamento animale, rabbia, l'ira, che va tenuta distinta dall'odio e dall'aggressività che sono componenti umane indispensabili per la costruzione della personalità, è uno stato emotivo-affettivo caratterizzato da una crescente eccitazione che si manifesta a livello verbale e/o motorio e che può culminare in comportamenti distruttivi nei confronti di oggetti, di altre persone o anche di se stessi.

In questo senso Aristotele scrive: "Arrabbiarsi è facile, ne sono tutti capa ci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti, adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa".

Nel bambino fino a cinque-sei anni, le crisi d'ira sono piuttosto frequenti e costituiscono una normale forma di opposizione alle richieste e alle proibizioni dei genitori, o uno strumento di ricatto affettivo nei loro confronti. Nell'adulto invece l'ira è frequente come frustrazione dell'attività che tende a uno scopo, ed è riscontrabile in ogni sequenza motivazionale interrotta, per la presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un desiderio. Risvegliata, l'ira scatena un'attività di rappresaglia contro l'oggetto o la persona ritenuti responsabili dell'interruzione della sequenza.

(tratto da "Il libro delle emozioni", Umberto Galimberti, Feltrinelli)